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GiampaoloGombiArt

 


I quadri di Giampaolo Gombi

 

Sembra che Filippo De Pisis rovistasse nella spazzatura dei mercati ittici, in cerca del luccichio di squame semidecomposte, di pesci dalle branchie imputridite. Egli portava nello studio il suo graveolente bottino, componeva un insieme e lo ritraeva.

Giorgio Morandi allestiva un teatrino di bottiglie e barattoli vuoti di provenienza domestica, ottenendone quadri rappresentativi di una vita, sua e di tanti, quietamente disperata, limpidi specchi di “un’infelicità senza desideri” (a proposito, quali oggetti si sarebbe trovato sotto gli occhi Morandi se fosse vissuto ai giorni nostri ? Forse questi?)

In ogni caso, oggetti intercambiabili, utilizzati dagli artisti come pretesto.

Giampaolo Gombi (che si definisce "compositore di immagini") individua anch’egli oggetti della quotidianità, ne riproduce le forme con gli strumenti espressivi dell’oggi (essenzialmente informatici) e li propone allo sguardo dello spettatore con decisi cambiamenti di scala. Il punto di osservazione è preso in modo da averne una vista talora deformata, spesso impossibile da ottenere nella realtà. Gli oggetti si tramutano in strutture quasi sconosciute (ma verosimili); ed è necessaria un’osservazione attenta perché se ne riveli la reale natura, l’effettiva provenienza.

Nascono paesaggi inconsueti che solo dopo una opportuna (o inopportuna?) interpretazione è possibile ridurre a forme note e familiari: tuttavia l’esercizio non è sempre necessario poiché le immagini sono apprezzabili per sé stesse.

Infatti gli scenari di questo artista non sono un invito al vecchio gioco della decifrazione (tanto vecchio che secondo alcuni ha dato origine all’arte basata sulla riproduzione della natura) quanto piuttosto una riflessione sulla mutevolezza delle forme e sulla molteplicità di risultati di una rappresentazione, appena si esca da una visione “comune”.

Oggetti modesti, (cassette di plastica, tappi, portasapone), resi allo stesso modo di architetture di rango e il cui disagio, la cui innaturalità, forse mette sottilmente in ridicolo proprio gli archetipi presi a modello.

Spaesati e a disagio al pari di individui reclutati a caso e posti al centro di una scena.